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27 maggio 1915: arrivano gli italiani ad Ala

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La firma, nell'aprile del 1915, del "Patto di Londra" con Russia, Inghilterra, Francia impegna l'Italia ad entrare, entro un mese, in guerra contro l'impero austro-ungarico.
Puntualmente, il 24 maggio 1915, le prime truppe superarono il confine sud del Trentino spingendosi fino sull' Altissimo di Nago. Le cronache italiane dicono che la resistenza delle truppe austriache di fatto fu inesistente. Questo permise, già in quei giorni, il rapido attraversamento del posto di confine di Borghetto e la mattina del 27 maggio l'entrata in Ala.
Ma veniamo a qualche dettaglio, aiutati dal "Diario Storico" del Comando della 1° Armata.
Dunque, all'alba del 24 maggio le compagnie 56, 73 e 92 del battaglione alpini "Verona" oltrepassarono il confine in più punti; la 56 occupò alcune alture del Monte Altissimo di Nago. Anche sui Lessini il battaglione della 113 fanteria e il  battaglione del 114 occuparono, senza trovare alcuna resistenza, la linea Monte Corno - Malga Foppiano.
Nei due giorni successivi i soldati italiani si dispiegarono su tutto il settore Lessini- Baldo.  Al comando delle operazioni era il Generale Antonio Cantore, comandante della 3° Brigata alpina del V° Corpo d'Armata.
Gli austriaci però non erano stati ad aspettare, e nei giorni precedenti squadre di guastatori avevano fatto saltare il ponte fra i due Vò e minato la strada all'altezza dell' Aquasagra.
Le azioni di disturbo con l'esplosivo avevano polverizzato il ponte ferroviario, provocato la caduta di rocce sull'arteria e praticamente distrutto il vecchio mulino.
Poco oltre Campagnola, verso Pilcante, fu fatta saltare la strada intercomunale della destra Adige e lo stesso destino toccò al ponte di Pilcante, che s'inclinò adagiandosi nelle acque dell'Adige.
Ad Avio, come ad Ala, l'attesa era snervante. Il 22 maggio si presentò ad Avio, proveniente da Ala, un guastatore con il preciso compito di distruggere ogni documento custodito in Municipio.
La tensione era altissima, e solo l'opera di mediazione e di convincimento di Antonietta Campostrini, che tra l'altro conosceva benissimo il tedesco, consentì di strappare al teutonico il permesso di non incendiare tutto negli uffici comunali ma in piazza. Questo consentì al Vice Podestà, Francesco Perotti - Beno, di nascondere nella cantina della sua casa i documenti più importanti.
Anche a Pilcante il 26 maggio si presentò un asburgico, l'episodio ce lo racconta nel suo diario il parroco del paese, don Arturo Angelini: "Un arcigno sergente dei gendarmi, poi si rileverà un buon diavolaccio, ordina che tutto il bestiame sia radunato per essere poi trasportato a Rovereto. Alle accorate implorazioni dei contadini, poiché almeno qualche bestia venisse risparmiata, il sergente, allontanandosi permise che qualche "capo sbandato" rimanesse nel paese".
Dopo le prime manovre di preparazione il 27 maggio le truppe italiane si mossero in direzione nord.
Alle ore 5 due colonne agli ordini del Comandante, colonnello Moruzzi, iniziarono l'avanzata partendo da Peri, percorrendo contemporaneamente le strade sulla riva destra e sulla riva sinistra dell' Adige.
I primi a sentire e a vedere le cannonate colpire una casa di Borghetto e il bosco della tenuta San Leonardo furono i residenti di Mama d'Avio. Ad Avio la notizia dell'arrivo degli italiani fu portata da contadini che abbandonarono precipitosamente i loro lavori nelle campagne.
Alle nove i fanti della "Brigata Mantova" incominciarono ad entrare ad Avio: "Intanto un gruppetto di soldati italiani comparve ad un crocicchio più su; giunto alla nostra altezza, fucili in pronto, ci chiesero se vi erano soldati austriaci. .... Via via i plotoncini si susseguivano sfociando sulla via principale della chiesa si dette sfogo alle campane da più giorni obbligate al silenzio ... la gente raccoglieva fiori dal vicino giardino e li offriva ai soldati, perché li ponessero in canna ai loro fucili. Avanguardie e grosso della truppa poterono proseguire verso Pilcante, senza togliere le rose dalla bocca dei fucili."

Ad Avio l'eccitazione era alle stelle: "Quelli erano momenti e tempi nei quali si comprendeva in pieno quanto fosse  appropriato il termine di liberatrici dato alle truppe italiane e come quella fosse la guerra di liberazione.
Ancora nella stessa giornata vennero esposte le bandiere tricolori complete fino allo stemma (Sabaudo), quelle portate dal veronese, limitate al tricolore e quelle confezionate in tuttafretta ..."
Fu issato sul campanile anche un bandierone che, disposto erroneamente, sembrava la bandiera ungherese, per questo fu precipitosamente raddrizzato.
Il generale Cantore, diretto verso Ala a bordo della sua automobile, fu costretto ad una sosta al Vò a causa delle pietre cadute, dopo le esplosioni, sulla strada all'altezza dell'Aquasagra.
Salutato dalle campane che suonavano a distesa, ben accolse lo spuntino e le sigarette austriache offerte dai popolani.  Liberata la strada, il comandante italiano si diresse speditamente verso Ala.
Apprendiamo, sempre da don Angelini, che egli si recherà, probabilmente traghettato nei pressi di Ala, anche a Pilcante: "Alla testa dei primi reparti che entrano nel paese c'è pure il generale Cantore, accompagnato dal maggiore Cavallini. Nel cortile di casa di Abramo Tita avviene un incontro con il parroco e i maggiorenti del paese. L'accigliato generale chiede, perché, anziché uscire sulla strada ad accogliere le sue truppe, tutti se ne fossero stati rintanati nelle case. La risposta è "per evitare le pallottole."
I primi soldati ad arrivare nella cittadina alense furono i Volontari Ciclisti di Verona mandati in avanscoperta a verificare la situazione. L'accoglienza fu a colpi di fucile sparati dalle strategiche e dominanti postazioni di Villa Brazil (ora Italia) e della costa di San Martino.
Prima di arroccarsi lassù, qualche volonteroso aveva tagliato rami degli alberi all'altezza dell'ospedale civile, allora piazza dei Cappuccini (diventata poi Statuto ed oggi Giovanni XXIII), per creare un qualche impedimento all'entrata delle truppe. Nel frattempo, era oramai mezzodì, al seguito dei ciclisti arrivò anche il resto della  colonna diretta ad Ala.  Arrivarono un battaglione di fanti della Brigata Mantova, un battaglione delle Regie Guardie di Finanza e una sezione di mitragliatrici del Nizza Cavalleria.  Fra i primi ad accogliere i soldati italiani alcuni frati alensi, padre Ilario Dossi, padre Crescenzio e Padre Cipriano, usciti dal convento per omaggiare il generale Cantore che, assieme al suo Stato Maggiore, si trovava proprio davanti all'ingresso dell'Ospedale Civile.
Immediatamente i frati alensi, che a quanto pare vivevano il momento con entusiasmi non proprio unanimi, si misero a disposizione aprendo il claustro ed alcune celle. Da subito, e anche nei giorni successivi, i rapporti fra i frati e i soldati furono improntati a estrema cordialità. Lo conferma anche il fatto che, con l'arrivo degli italiani, nella chiesa si svolsero funzioni religiose per i soldati, e i cappellani militari trovarono ospitalità nel
convento. È da ricordare poi che qualche giorno dopo, per la precisione il primo giugno, proprio padre Dossi celebrerà una messa nella piazza antistante il convento, durante la quale fu benedetta la bandiera italiana, donata ad Ala dal Cantore, che il 3 novembre del 1918 sventolerà sulla torre del castello del Buonconsiglio a Trento.


Intanto, e siamo ritornati al 27 maggio, da Villa Brazil continuavano i colpi di fucileria che inchiodavano l'occupazione della città.  Ma chi erano i soldati che sparavano contro gli italiani?
Si trattava di un gruppo di militi composto da gendarmi, finanzieri e Standschiitzen, diversi di loro erano di origine trentina e più d'uno residente ad Ala.
Questo manipolo di male armati resistenti si era preparato molto bene attestandosi sul costone di San Martino che domina la città. Qui, distribuendosi dal "Colle di Pozzo" fino al ponte di Pilcante, gli asburgici erano riparati, oltre che da Villa Brazil, da un lungo e massiccio muro dietro il quale erano state scavate anche numerose buche individuali per ospitare i tiratori. Sull'episodio svoltosi attorno a Villa Brazil molto si è scritto per parte italiana, enfatizzando l'azione dei soldati italiani e dell' "eroina" Maria Abriani. Su quelle giornate mi sembra però giusto dare voce anche all' "altra campana" con alcune note tratte da A. Mori:  "Subito dopo la dichiarazione di guerra gli italiani avanzarono nella valle dell 'Adige non fortificata ma furono accolti così caldamente dall'assistenza di gendarmeria di Ala con la compagnia di Standschiitzen di Borghetto, che dovettero ritirarsi.  Il capo dell'assistenza era il capogruppo gend. Prospero Galvan, che si guadagnò la medaglia d'oro al valor militare .
... Il 19 maggio 1915 la compagnia .. (aveva prestato) ... il suo giuramento al gen. Engelbert ... Antonio Leonardi fu nominato primo tenente, il vice Emilio Marani fu nominato tenente ...  La compagnia fu assegnata per il servizio al posto di gendarmeria di Ala, per la sorveglianza degli edifici pubblici ecc.
Allo scoppio della guerra si ritira in Ala la compagnia Borghetto .. (comandata dal tenente Ribolli).
Tutte due le compagnie presero parte allo scontro del 27 maggio ... .In questa circostanza la compagnia di Ala perdette 30 uomini (parte caduti, parte prigionieri).

Il posto di gendarmeria di Ala ... nonostante il suo bel successo del 24 maggio a Borghetto, per cui viene respinta una colonna italiana, non poté mantenere le sue posizioni, e si ritirò ad Ala dove il sergente di gendarmeria Eugenio Lochbichler formò con gendarmi,finanzieri e Standschiitzen un reparto di 165 uomini.
Esso prese posizione sulla sponda sinistra dell 'Adige a nord di Ala, che dominava la località. Delle pattuglie di esplorazione mandate avanti avvisarono la mattina presto del 27 maggio, che colonne nemiche erano in marcia ...
Alle 8 di mattina il nemico giunse ad Ala. E quando uscì dal paese si trovò esposto ad un fuoco accelerato del reparto Lochbichler. Il nemico fuggì nella città e vi si estese protetto da essa... Alle ore 11 antimeridiane il nemico tentò una nuova avanzata che venne respinta. Tuttavia il fumo denso della vecchia polvere nera indicò esattamente all 'artiglieria nemica la posizione dei difensori.
Il fuoco delle granate incominciò ad avere effetto e provocò perdite sensibili, che furono sopportate con coraggio. Verso le 12 l'ala destra del nemico, che proveniva dai monti, incominciò ad allargarsi e diresse il fuoco di fucileria e di artiglieria contro l'ala sinistra del Lochbichler. Egli, sfruttando alcune colline, tentò di opporsi al nuovo pericolo ma il fumo della polvere tradiva ogni nuova posizione. Per non venir straziato dal fuoco di artiglieria Lochblincher verso le 5 pomeridiane dovette incominciare a ritirarsi.
Con i suoi 165 uomini, armati di fucili a ripetizione e munizioni di polvere nera, egli aveva fermato per nove ore, praticamente un giorno intero, 3 battaglioni, 6 batterie e 2 compagnie di mitraglieri.
Si ritirò 6 chilometri più a nord presso Serravalle per creare una nuova linea di difesa. La sera stessa il capoposto Haas tornò travestito in Ala per raccoglier notizie. Riuscì ad entrare in città. Uccise un soldato italiano col calcio del fucile, che gli aveva strappato, ammazzò un ufficiale con la sua rivoltella e riuscì a svignarsela nel tafferuglio provocato.
Aldilà di qualche differenza fra la versione italiana e quella austriaca nella quantificazione del numero dei resistenti austro-ungarici, il lettore attento scorgerà, nel racconto di fonte austriaca, l'emergere di fatti che non mi risulta siano mai stati evidenziati da parte italiana come, ad esempio, "... il suo (della gendarmeria di Ala) bel successo del 24 maggio a Borghetto, per cui viene respinta una colonna italiana ... " o l'episodio del capoposto che si infiltra in Ala occupata. Quindi, con tutte le prudenze del caso, mi verrebbe da dire che non corrisponde totalmente al vero, come sotteso nelle cronache italiane, che a Borghetto il passaggio del confine fu una passeggiata senza reazione alcuna da parte degli asburgici. Certo le forze in campo erano assolutamente impari e quindi, casomai, è da sottolineare come le forze regolari austro - ungariche, abbandonata la Bassa Vallagarina, lasciarono in mano a poche decine di guardie male armate il confine sud del Trentino ritenuto indifendibile per l'assenza di validi fortilizi.

Ma c'è un'altra testimonianza, quella dell'alense Ettore Debiasi, che può aiutarci a comprendere meglio gli avvenimenti di quei giorni: " Alcuni ragazzi in età non ancora militare, ma iscritti al "Tiro al bersaglio" venivano vestiti da soldati e la piccola guarnigione diAla armata da questi gendarmi, dalle guardie di finanza e da pochi soldati austriaci. Questa guarnigione eteromorfa aveva creato un primitivo sistema di difesa che dal rilievo 
del Ger, per villa Brazil e per il costone di S.Martino, raggiungeva l 'Adige .... ( ..) Gironzolammo a curiosare qua e là, attraverso lo Spiaz (che doveva diventare la Piazza Statuto) e arrivammo al crocevia dei "Giardini". Erano circa le 10 del mattino. C'era fermo un gruppo di soldati ... evidentemente italiani. Il programma era quello di andare a fare un sopralluogo alla stazione devastata ... ci incanalammo per il viale dei giardini.  ... cominciarono a fischiare le prime pallottole .. Ad un certo momento tuonò un primo colpo di cannone; altri fecero seguito. Tiravano su villa Brazil. ( ..) Saranno state le 15... (e ci avviammo) .. a guadagnare la stradetta del cimitero, pure essa protetta da muri. E questa fù la salvezza. Vedemmo qui la prima fila di soldati italiani, accucciati in fila lungo e dietro il muro. Non fecero gran caso a noi.  Risalimmo la strada fino alla Via Nuova. Qui i soldati erano tanti. La loro fila terminava in vicinanza alla piazzetta Mosè dove arrivavano fitti i colpi sparati dagli austriaci. Avevano perforato più volte la saracinesca della pasticceria Wolf, erano schiacciati contro i muri delle case vicine. Un gruppo di soldati più anziani parlottavano fra loro.... Uno di essi, che ci sembrava vecchio ed era vestito in maniera trasandata e disarmato, solo con una bacchetta in mano che aveva l'aria di essere stata tagliata poco prima da qualche cespuglio, era il generale Cantore. (..) Frattanto si era saputo del!' episodio della signorina Abriani che aveva guidato i soldati ad occupare una piccola casina sopra il "Sentarol ", là dove si avevano avuto morti e feriti."

Il Debiasi nel suo racconto conferma, in presa diretta, molte cose. La prima, che il manipolo di villa Brazil era, malgrado la buona volontà, poca cosa; la seconda, che il 27 maggio intorno alle 10 del mattino gli italiani erano già in piazza dei Cappuccini, poi, che l' "impresa" dell' Abriani fu quella di guidare gli italiani per le vie di Ala fino a raggiungere il Tòf e quindi indicare il piccolo edificio, che ancor oggi si può vedere integro, poco sotto la vasca dell'acquedotto comunale. Ettore Debiasi testimonia inoltre la presenza del Cantore in piazza Mosè con i soldati a ripararsi dalle schioppettate provenienti dalla costa di San Martino. E proprio i colpi provenienti da San Martino sgombrano il campo ad un equivoco sul quale anche di recente mi sono ritrovato a discutere. In più occasioni infatti le cronache hanno riportato i colpi di fucile sparati contro le serrande della pasticceria Wolf di piazzetta Mosè, che si trovava esattamente dove da sempre si trova quella che per gli alensi di una certa età è ancora oggi "la pasticceria ". Qualcuno ha messo in discussione "l'autenticità" austriaca di quei colpi sostenendo l'impossibilità che da Villa Brazil potessero arrivare proiettili sulle serrande della pasticceria Wolf. Tesi corretta, ma limitata rispetto all'accaduto. Infatti come abbiamo visto, gli ultimi austriacanti alensi si posizionarono ben oltre la villa occupando tutto il costone fino all' Adige, e se qualcuno vorrà verificare  direttamente vedrà che dalla porta d'ingresso della pasticceria si vedono eccome le case rurali di San Martino. Se poi ci si recasse fino alla curva di via San Martino, sbirciando da vicino alla fontanella verso via 27 maggio si vedrà proprio l'edificio che ospita l'ex pasticceria. Ed è con ogni probabilità da lì, vicino alla fontanella che gli ultimi resistenti imperiali, non dimenticando che molti di essi erano bravi tiratori, sparavano in direzione di via Nuova e, quelli nascosti sul ciglio della costa, verso la stazione ferroviaria.
Alla fine, dunque, per stanare i coraggiosi di Villa Brazil e dintorni serviranno le cannonate, e quelle metteranno a tacere ogni tentativo di fermare la "redenzione di Ala". 

"Ai  Crostoi, di fronte ad Ala, piazzarono la batteria levata da Belluno, per snidare gli austriaci trincerati attorno a Villa Brazil" : su questo episodio ancor'oggi circolano battute del tipo che " ...quattro vecchi austroungarici .." avrebbero tenuto in scacco l'esercito italiano per mezza giornata. Tanto vecchi per la verità le cronache ci dicono che non erano, è vero però che qualche grattacapo al generale Cantore lo diedero.
Da qualche parte poi, speriamo per solo amor di Storia, si reclama una qualche forma di ricordo anche di chi fece il suo dovere da Villa Brazil, convinto, in piena onestà, che in quel 27 maggio 1915 le truppe italiane stavano invadendo Ala e non liberandola.  Mi sembra una richiesta fondata almeno per far chiarezza, dando magari loro un nome, sulla presenza di soldati locali arruolati in quel manipolo.
Ovviamente la cosa non si può risolvere con una lapide davanti alla quale celebrare, se va bene, qualche manifestazione in costume.  Forse solo un serio approfondimento documentale potrebbe veramente far luce su quei soldati rimasti fedeli ad un impero che, se aveva saputo anche farsi amare, già da tempo manifestava i segni della senescenza e del declino.
Ma ritorniamo a quei giorni dove, fortunatamente, per la conquista di Ala non vi fu grande spargimento di sangue; infatti le cronache menzionano un paio di morti e una  ventina di feriti per parte italiana, mentre per quella austriaca si registrarono una quarantina di prigionieri quasi tutti di nazionalità italiana. Ben altro sangue scorrerà l'anno dopo in quel di Passo Buole.
Comunque di lì a qualche giorno, il 29 maggio 1915 ad ore 20.00, il generale Cadorna dirama il Bollettino di Guerra n° 5 che metterà il sigillo su "Ala italiana ": "il 27 maggio truppe di fanteria, rinforzate dalle guardie di finanza e da artiglieria, da Peri, per le due rive dell 'Adige, avanzarono verso Ala.  Espugnato il villaggio di Pilcante, coperto da più ordini di trincee, si impossessarono stabilmente di Ala.  Il combattimento durò da mezzogiorno a sera. Vennero presi 20 prigionieri. Le perdite nostre sono leggere"
Questa in estrema sintesi la cronaca, mi rendo conto un po' sincopata, di quei giorni.  Ma comunque gli italiani sono arrivati ...

Alcuni protagonisti 
Meritano, per completezza, qualche accenno alcuni personaggi: in primo luogo il generale Antonio Cantore figura centrale dei primi giorni trentini dell'esercito italiano.
Cantore era nato a Sampierdarena, nel 1860. Uscito dalla Scuola Militare di Modena nel 1886, prestò dapprima servizio in fanteria come ufficiale inferiore. Successivamente, con il grado di maggiore, passò negli alpini, rimanendo poi in quel corpo fino alla promozione a colonnello avvenuta nel 1908.
È a partire da quegli anni che inizia la sua leggenda che lo farà diventare "l'alpino" per eccellenza, sia per la sua grande passione per la montagna, sia per l'enorme popolarità da lui acquistata tra gli alpini. Con la promozione a colonnello, Cantore fu assegnato al comando di un reggimento di fanteria. Pochi mesi dopo, però, rientrava negli alpini, per assumere il comando dell'8° reggimento, di nuova formazione.
A quella nuova unità Cantore diede tutta la sua anima di vecchio alpino, tanto da far sì che l'8° fosse denominato, addirittura, "il reggimento Cantore ". Quando egli poté condurre in Libia i suoi battaglioni, il Gemona, il Tolmezzo, il Cividale, cui più tardi s'aggiunsero il Vestone ed il Feltre, si videro subito i frutti del suo insegnamento e della sua guida. Promosso maggior generale nei primi mesi del 1914, Cantore fu nominato comandante della brigata Pinerolo; anche questa volta però rimase in fanteria molto poco: sei mesi più tardi, infatti, fu nominato comandante della 3° brigata alpina. Allo scoppio della Grande Guerra, Cantore con la sua brigata ebbe il comando del settore Baldo - Lessini, alle dipendenze del comando della fortezza di Verona, le cui truppe avevano il compito di agire tra la sponda orientale del Garda ed il passo della Lora. Nella notte del 24 maggio, Cantore andò di slancio fin sull' Altissimo, sfidando le artiglierie poste sul Biaena.  Ritornato in Val d'Adige guidò la presa di Ala. Anche quel giorno, egli era andato avanti a tutti.  Un aneddoto racconta che: "Giunto nella piazza (siamo in piazzetta del Mosè ) del paese, si fermò, per dare ordini. Si appoggiò ad un muro, e vicino a lui una vetrina fu crivellata di proiettili; il calcinaccio del muro si scrostava per l'urto delle palle. Vennero almeno dieci ufficiali a pregarlo di allontanarsi, ma egli si limitava a dar loro degli ordini e sorrideva ".
A fine giugno, Cantore fu promosso comandante di divisione e passò ad assunlere il comando della 2° divisione, nella zona di Cortina d'Ampezzo. Qui la figura del generale entrerà definitivamente nella leggenda: e qui egli perirà per un colpo in fronte sparato, nella versione ufficiale, da un cecchino austriaco. Altre tesi, alcune tutt' altro che edificanti, circondano la morte del Cantore, che comunque rimane una delle figure chiave della Prima Grande Guerra.


Salvatore Barzilai (1860 - 1939), irredentista triestino, deputato del Partito repubblicano dal 1890 al 1919. Ministro, nel 1915, del governo Salandra. Nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, chiese l'immediata rimozione di Cadorna. Nel 1919 scrisse il celebre memorandl rr. per la delegazione italiana a Versailles dove si chiedeva il pieno rispetto di quanto contenuto nel Trattato di Londra che segnò, tra l'altro, l'entrata in guerra dell'Italia.
Dal 1920 diventò senatore. Fu presente ad Ala qualche giorno dopo l'entrata dei soldati sabaudi. 
Maria Abriani è legata alla presa di Ala per il suo ruolo di "guida" dei soldati italiani.
Abitante a Besagno di Mori, in quei giorni di fine maggio si trovava ad Ala per passare qualche giorno in casa di conoscenti. La mattina del 27, gli Austriaci, sgombrata la città, si erano trincerati attorno a Villa Brazil . l'Abriani appena scorti i soldati italiani, li aiutò a raggiungere una posizione, che dovrebbe essere sul "Tòf", già via Ospedale vecchio e oggi via Brusco, dalla quale dominare, riparati, i ben asserragliati di Villa Brazil. Ovviamente la retorica ricamò non poco attorno al ruolo di questa giovane, descritta come "carina ed indomita guida" che, sfidando i proiettili nemici, condusse i soldati italiani nelle viuzze alensi. Evidentemente, ed è comprensibile, occorrevano agli italiani figure locali che testimoniassero quanto fossero attesi e benvoluti.  In realtà sappiamo che i sentimenti nella popolazione erano un po' più articolati. Per ricordare l'episodio che vide protagonista l'Abriani vennero stampate migliaia di cartoline che ritraevano una biancovestita fanciulla alla testa di un drappello di soldati guidati da un'aitante e baffuto ufficiale. Sullo sfondo la sagoma di un campanile che nulla ha a che fare con quelli alensi! Comunque sia, le fu assegnata la medaglia d'argento al valor militare, e da quei giorni divenne l' "eroina di Ala", anche se ad Ala si trovava quasi per caso. La Abriani, tra l'altro, sposò un ufficiale italiano, e questo suggellerà quel po' di coloritura che circondò tutto l'episodio. Forse quando D'Annunzio scrisse la celebre "...Ala città presa per amore .." pensava anche alla nostra eroina. 

Testi tratti dalla rivista "i Quattro Vicariati" e scritti da Sandro Dal Bosco - Ala



 
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